Non fate la guerra. E se non vi va, non fate nemmeno l’amore. Tanto più che l’industria del porno e molta pessima letteratura hanno contribuito a trasformare anche il sesso in una sorta di guerriglia fra due o più corpi. O almeno, è un tipo di immaginario molto in voga in quest’epoca in cui l’amore sembra trovare i suoi pezzi di ricambio solo tra i produttori del desiderio, e nei relativi negozi.

Ma insomma, non è questo il punto. Il punto è: preoccupiamoci di volerci un po’ di bene, punto! Lo so, chiedo molto, o forse troppo. Però, mal che vada, se proprio non ci riesce… allora ignoriamoci, perlomeno, per omnia sæcula sæculorum, amen. Il minimo sindacale dovrebbe consistere nel vivere tranquilli, senza romperci il cazzo l’un l’altro. O no? E aggiungo solo questo: per quanto belle possano essere, a volte, le passioni, a me paiono sempre più come delle serie antagoniste del vivere in santa pace. Si sta così bene poi, in pace.

montag28:

Unfinished n°0 (★)

Penso che il regalo più grande che ci abbia lasciato David Bowie - a parte la musica in sé, ovviamente - sia questo fatto bellissimo di averci messo d'accordo un po’ tutti.

Non ho conosciuto una singola persona dotata di un minimo di cervello e di gusto musicale che non conoscesse Bowie; ma soprattutto, fra questi, non ho mai udito una sola espressione di reale disprezzo, o di sincera indifferenza. Bowie ha battuto la tirannia del relativismo e le derive insopportabili della soggettività a tutti i costi. E intendo, l'ha fatto in tempi non sospetti, ossia quando era ancora vivo e in piena attività, al riparo cioè dai fumi tossici dell'ipocrisia da celebrazioni post mortem.

Punk oltranzisti e raffinatoni del synth pop, menefreghisti mainstream e indie consapevoli, Queen e Syd Barrett, Rolling Stones e King Crimson, Kurt Cobain e Ryuichi Sakamoto, Morrisey e Lucio Battisti, Stevie Ray Vaughan e Pat Metheny, Iggy Pop e Brian Eno, Andy Warhol ed Enrico Prampolini, il Nuovo e il Classico, il Basso e l'Alto, il Colto e il Popolare: Bowie era - è - un crocevia, un raccordo, una vasca di raccolta, un centro di smistamento, una foce, un immissario e un emissario insieme, un collante, un jolly, una linea tangente, una giuntura. Emblematica in tal senso è “Heroes”: una canzone celeberrima, radiofonica, inflazionata, quasi uno stereotipo; e ciò nonostante, è un dannato capolavoro.

[…]

(gennaio 2016)

Bowie 3

Dal fronte

montag28:

Non ho abbastanza fantasia per scrivere, né sufficiente realismo. Non importa, vado avanti. Le giornate scorrono veloci, ma le settimane molto lente. Sole al mattino e luna grande la notte, eppure il tempo a me sembra ugualmente scialbo, bruttino. Come talvolta si dice per qualcuno, è un tempo che è brutto dentro. Una persona, stamattina, mi ha scritto che se si è tristi anche quando il sole splende, vuol dire che il problema non solo c'è ma è pure grosso. Non avevo tempo per risponderle, ho semplicemente annuito. Fa un po’ troppo freddo per i miei gusti, sostengono i miei piedi e mimano le mie mani, con la punta del mio naso che si colora in una rossa e umida approvazione. Mi sono impigrito oltre il consentito, anche se fingo di rimproverarmi e me lo consento lo stesso. Ho addosso qualche chilo in più rispetto all’anno scorso, mi muovo un po’ meno e mangio di più, però meglio. Insomma, mi sono fatto più grassoccio: e detta così, considerata la mia proverbiale magrezza, sembra un ossimoro o una presa in giro. Se Benjamin Malaussène affermava che il congiuntivo fosse “un piccolo piacere di bocca”, io sono più terra-terra e dico lo stesso della verdura di stagione. Anzi, no, ché se penso alla cicoria di campo, ai carciofi o alle cime di rapa, l’aggettivo non può essere ‘piccolo’, associato al piacere. Certo: anche la frutta aiuta a sopravvivere all’inverno, d’inverno. Ho spesso pensato che la buccia delle arance, con la sua trama densa e il suo interno di cotone, fosse una sorta di coperta sotto la quale infilarsi, nascondersi. Chissà se gli spicchi soffrono e si mancano, quando li dividiamo per sempre. La vitamina C abbonda. Così le divagazioni, così la musica, come sempre. Ho elaborato la morte di Bowie peggio di quanto pensassi; ci sto ancora rimuginando su, non riesco neppure a finire un articoletto su di lui iniziato ormai dieci giorni fa. Quando ascolto un suo pezzo mi fermo, se alla musica è associato un video, lo guardo, senza fare più nient’altro. L’anno scorso ormai non si vede più, come la costa quando si è salpati da una mezz’ora buona, e l’effetto di stupore che dà il mare aperto comincia a diminuire d’intensità. Il blu d’oltremare, screziato dalla coda di schiuma bianca della nave, è ciò che manca a questa similitudine. Non c’è costa, solo terra, perlopiù pianeggiante. Le salite, in metafora, non mi hanno mai del tutto convinto: sono belle, le salite. Arrampicarsi, portare il peso in avanti per bilanciare la pendenza, spostare lo sguardo innanzi e in alto, mai indietro… camminare e fare fatica, una sana fatica. È quando non ci si stanca abbastanza nel corpo, che si arranca con la mente. La stasi umida di pianura, quella sì, è insalubre. Ma per adesso devo andare, è quasi pronta la cena. Appena avrò qualche novità di rilievo, ti scriverò nuovamente. Oppure non ne avrò, e ti scriverò per diletto.

P.S.

“I never done good things,
I never done bad things,
I never did anything out of the blue, no
Want an axe to break the ice,
wanna come down right now”


Bowie 2

montag28:

quand’ero un ragazzino vedevo Bowie sulle riviste e pensavo fosse un attore, probabilmente anche un modello o comunque una qualche specie di icona di stile, uno di quei divi che sanno fare un po’ di tutto e un po’ di niente. uno che a quanto pare aveva fatto anche musica, come scrivevano; ma nella mia immaginazione distorta, o per meglio dire, nella mia sventurata ignoranza, poteva essere un musicista per modo di dire, quasi che lo facesse per diletto, come uno di quei capricci che si concedono i campioni del jet set.
nel frattempo, tuttavia, già conoscevo questa melodia e ricordo bene quanto mi facesse impazzire. anni dopo, fu la prima canzone in assoluto che scaricai da napster (o perlomeno, una fra questa o London Calling dei Clash, non ne sono più così sicuro). certo non immaginavo la cantasse il tizio di Labyrinth con gli occhi strambi, la bellissima ultima moglie e l'abbigliamento da dandy. poi però, anche grazie a Cobain, piano piano ho capito. e ho cominciato il viaggio alla riscoperta di David Jones e di tutte le sue dozzine di incarnazioni, ma soprattutto della sua discografia ricchissima e sterminata.

(era da poco uscito l'album nuovo e io mi domandavo solamente quando lo avrei ascoltato. non sapevo nemmeno che fosse malato e lo consideravo come uno di quelli di cui stupirsi perché a novantasette anni sono ancora mentalmente lucidissimi e di bell'aspetto. e invece, la morte sta sempre un passo avanti. persino rispetto a chi molti passi avanti lo è stato sempre.)

Bowie 1

…lei vedeva più avanti, e più chiaramente di lui. Riusciva a spiegare sentimenti complicati, a mostrargli cose di sé stesso che lui aveva solo intuito: a volte erano verità umilianti. «È bella», rispose, «ma è soprattutto saggia»

Passano i giorni, lenti e veloci insieme, ma mi sento come se non fossi più la persona che ero prima. Non del tutto, almeno. Mi arrabbio di meno, mi intristisco di meno. Sono più paziente, più sereno. Chissà quanto durerà. Magari durasse per sempre.

Non ho più voglia di lavorare.

Non per oggi: per quest’anno.

Quello che facciamo da svegli, quasi sempre, è un rumore alzato al massimo volume che serve a coprire il suono di ciò a cui pensiamo veramente. I sogni sono sordi a quel rumore. Anche se, in quanto sordi, parlano un linguaggio dei segni che il più delle volte non capiamo. Qualche volta, invece, il sogno ci viene incontro e ci parla attraverso i disegni: ed è allora che ci svegliamo ora grondanti di dolcezza, ora in preda al terrore. Poi riparte il rumore assordante, e dimentichiamo sia i sogni belli che quelli spaventosi.


Stamattina mi sono svegliato con questa canzone in testa. Vai a capire.

Cerchi


stavo per scrivere una riflessione molto lunga sulla Resistenza e sulla gioia ritrovata di stare al mondo quando si lotta per sopravvivere,

— ma anche no.

anche perché ne so troppo poco, e quel poco, l'ho imparato dai libri, magari dalla musica e dai canti, o dall'ascolto di certi racconti orali; e non di certo lottando.

…però, per quanto io sia scarso e restio ad augurare cose, mi viene da dire questo:

sia quello che sfoderiamo oggi un calendario da riempire di appunti sulla lotta, sulle battaglie non più rimandabili e sul senso di liberazione da guadagnare.

un calendario con più di una data da segnare, da cerchiare, per qualche gioia nuova, o qualche verità ritrovata.

l'orrore lo si combatte anche facendo del bene a noi stessi, al nostro pensare, che ci prepara alle nostre azioni e si riflette su di esse, al contempo. un cerchio, o meglio un circolo. un circolo virtuoso.

cerchiamo sì le date, ma cerchiamo anche di stare bene: così, magari, intanto non diventiamo orribili a nostra volta. o almeno, ci proviamo.



P.S.

sì: i verbi “cercare” e ”cerchiare”, coniugati alla seconda persona, diventano indistinguibili.

montag28:

Le vite che non ci sono più. Le cose che disegno e che poi non ci sono più. Ciò che è stato e che se ne va per sempre. Non c'è comparazione; è solo un vago parallelismo tra grandezze tremendamente diverse. Ho cancellato per errore la più bella mano che avessi mai dipinto in digitale, ma passerei il resto della mia esistenza a disegnare cose che poi spariscono dal foglio, improvvisamente e senza un motivo, se servisse a ridare vita ad uno solo di quei bambini che mi sono entrati nel sangue, attraversando il passaggio dei miei occhi. La mia frustrazione ha un prezzo altissimo e io lo spenderei tutto, fosse anche solo per curare e sanare per sempre la ferita psichica di un solo orfano che trema come un albero nella tempesta, soffocato da quella paura nera, violenta da sgretolare una montagna. Trema, si guarda attorno; e scopre gli adulti non hanno risposte; e scopre che gli adulti, a guardarli da vicino, hanno paura pure loro.

Il punto è: c'è un luogo dove ritroveremo le cose perdute e le persone scomparse? Ha un senso tutto questo non poter salvare niente e nessuno? È così difficile dormire, la notte. Domani voglio consumarmi i polpastrelli e non pensare a tutto questo, a tutto questo male.

Stavo pensando: quando incontrerete la vostra Kyōko, o il vostro Yusaku, preoccupatevi innanzitutto del fatto che non siano già sposati. Ma ben più importante, e a prescindere dal loro status: comportatevi bene, con loro. Che poi è un fatto anche semplice: basta essere sinceri, sempre, e non prenderli a calci e pugni, mai. A calci e pugni in senso verbale, si intende, ché per le botte in senso letterale, non ci dovrebbe neanche essere il bisogno di esplicitarlo, voglio sperare.

Il punto è un altro: state attenti, perché prima o poi la incontrerete, la persona più prossima a quella su cui avevate tanto fantasticato durante l’adolescenza. La parte più difficile consisterà nel saperla riconoscere per tempo, in primis, e poi, nel caso, di evitare di soffocarla a forza di confrontare la sua natura con qualche nostra immagine idealizzata. Kyōko e Yusaku non sono stereotipi, né prototipi: sono, semmai, degli archetipi.

Trattateli bene. Trattatevi bene.

Devo spegnere i social. Mi fanno male. Me ne fanno come a un bambino che mangia troppe merendine e troppe caramelle, e non si nutre affatto, e diventa obeso, e gli si cariano i denti. Non pretendo che le caramelle non siano piene zeppe di zucchero, o che lo zucchero non provochi dipendenza. Né mi stupisco che le merendine siano cibo ipercalorico ed ultra processato. Semplicemente, pretendo di non essere un bambino grasso, e stupido, coi denti e la pancia e il fegato che prima o poi gli presenteranno il conto. Ho bisogno di bere tanta acqua, di mettermi a dieta, e di buttare il telefono nel fiume, dal centro esatto di Ponte Pietra. Mi ci butterò io, altrimenti, nel fiume, dal centro esatto di Ponte Pietra. Ma non devo, e non posso, e sarebbe troppo difficile e troppo comodo, al contempo. Poi l’acqua adesso è gelata, no no.