Nonostante quello che la base di fan dice continuo a trovare un conflitto con Dragon Age II. E’ sicuramente stupendo da leggere, vedere nelle cutscenes e anche decidere come corso di storia, ma dal lato del giocatore è una noia mortale secondo il mio punto di vista. Eppure non avevo cominciato questa saga da Dragon Age Origins, come avevo confessato all’inizio, questo mi è servito per capire bene cosa ci fosse dietro. Difatti ora sono alla seconda run di Dragon Age Inquisition e prevedo che ce ne saranno delle altre.

Quando la Bioware ha cominciato la saga usando il sistema ben sviluppato di Star Wars Knights of the Old Republic, talmente buono da funzionare anche sui cellulari, ha commesso l’errore di mantenere la stessa giocabilità nel 2012, quindi praticamente a 9 anni di distanza dalla creazione del sistema, con il secondo capitolo quando, in realtà, quello che la gente voleva era un open world. La storia era buona, il gameplay abominevole e, considerato anche lo scivolone di Mass Effect 3 con il suo famigerato finale, la Bioware ha imparato la lezione. Quindi piuttosto che cacciare il terzo capitolo della sua saga più riuscita subito stavolta hanno deciso di ragionare molto di più, prendendosi altro tempo. Ottenendo anche un prodotto con meno bug. E il più famoso, quello di Krem e della sedia, è diventato anche spunto per una scena.

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Dragon Age: Inquisition, infatti, si stacca quasi del tutto dai precedenti. Il gameplay stile “falso open-world” di Dragon Age 2 è diventato un ricordo, ora si può tranquillamente uscire dai confini dei percorsi pretracciati e molte cose come collezionabili sono state aggiunte rendendolo un gioco veramente completo e dettagliato. Persino le montagne non possono essere scalate Skyrim style, a un certo punto i passi del personaggio diventano sempre più pesanti. L’unico appunto è sul fatto che in acque profonde il nostro personaggio affondi e basta, tornando a riva con la vita notevolmente ridotta, ma d’altro canto anche cadere di sotto non genera un game-over. Se si parla di giocabilità si può dire che quando il protagonista cade gli altri tre personaggi che si porta dietro lo aiutino a tornare su.

Nel primo episodio l’Eroe del Ferelden (che continua a essere semi-dimenticato) ha deciso le sorti di un regno e il Campione di Kirkwall ha deciso le sorti di una città, ma entrambi l’hanno fatto con gesti e azioni in gioco. Il vero punto dietro Dragon Age Inquisition, invece, è letteralmente forgiare un impero, sia con azioni dirette tramite l’Inquisitore e il suo gruppo sia con azioni indirette, gestendo le varie richieste tramite ordini dati a consiglieri, spie e soldati. Non c’è un solo sforzo che non abbia apprezzato. In Skyrim potevi anche essere il Dovahkiin, ma eri sempre un povero cristo solitario che dava e prendeva mazzate ovunque, l’Inquisitore, invece, modella letteralmente un continente e non da solo. Per una volta al protagonista vengono mostrati rispetto e importanza del suo ruolo.

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Il punto quasi dolente sono i DLC. Come in qualsiasi gioco dedito all’avidità l’ultimo DLC conclude la storia. E’ stato così con Dead Space, è stato così con Castlevania: Lords of Shadow e anche con Dragon Age Inquisition è successo, ma almeno i DLC non costano 20 euro a mappa. Dragon Age Origins Awakening lo considero ancora un’espansione, Legacy, invece, è un DLC in tutto e per tutto: breve, leggermente slegato e dove più che un’espansione di trama ci sono più eyecandy. La trama stile Castlevania II di “Serve il sangue di Hawke per liberare Corypheus e poi mandarlo di nuovo all’altro mondo” serve, ma almeno non influisce sul gioco in sé, cosa che non si può dire sulla saga visto che il boss finale lo ritroviamo nel seguito. I DLC di Dragon Age Inquisition, invece, nonostante siano comunque costosi, hanno comunque la qualità di essere come pacchetti di espansione. Jaws of Hakkon è breve, ma offre una storia, the Descent, invece, è bello corposo e offre un nuovo incontro con i Nani. L’unico problema è che Trespasser è la vera conclusione del gioco base. Non è nemmeno tanto lungo, ma fortunatamente stavolta sono state fatte edizioni che comprendono tutti i DLC, imparando dal lasciar gestire alla Bioware in modo idiota la gestione dei Bioware Points. Ma la cosa bella è una: non c’è un finale aperto, ma una vera e propria conclusione, basata sulle proprie scelte.

So che esiste anche la modalità multiplayer, ma non l’ho mai provata per due motivi:

  1. Non ne vedo il senso. Ho un gioco completo in mano, perché dovrei buttarmi in una partita multigiocatore generica? Se volessi davvero qualcosa impuntato sulla collaborazione in squadra mi butterei su altro, tipo Diablo III. E’ come con Dead Space, è un bel pensiero che non serve ai fini del gioco stesso.
  2. Non ci sono mai riuscito a entrare in una partita. La gestione del matchmaking è orribile e i server, ormai tutti occupati da Battlefield e Star Wars Battlefront, nemmeno funzionano. Una volta che hai capito che configurare un server con Ubuntu mentre ti stanno facendo la pedicure e stai dipingendo una miniatura di Warhammer è più semplice di preparare una partita, soprattutto con amici, i server non funzionano. Ci ho provato per giorni a prendere parte a una partita multiplayer, ma niente.

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Finito questo ciclo posso dirvi solo una cosa: giocatevi Dragon Age Origins pensando che, comunque, è qualcosa di molto datato, evitate a peste Dragon Age II oppure giocatevelo con le stats massimizzate e non perdetevi Dragon Age Inquisition.