agatha and death falling in love so fiercely that agatha is forever a scar in death’s body - her only weakness, her only resemblance of humanity - is the gayest most romantic lesbian shit I’ve ever seen
Joke went from being rejected by his father to being told that Jack's dream for him is one he's never wanted to failing at that dream in every capacity to overhearing Jack flirting with Rose who could give him everything to overhearing Jack calling him nothing to having Jack say they were nothing to his face and now he's lying on a bed in the hospital next to Jack's grandma giving up on his own dream of a family that loved him as himself, on a family that could accept him and hold him and the chance at being loved.
(And he can't even hide behind Joker any more because he promised Jack he wouldn't steal and now the persona is gone and all that's left is Joke, lonely Joke and broken Joke and hopeless Joke and unloved Joke who has nothing holding him together but stubbornness.)


“…let’s live together.”
“Okay!”
Ci sono parole e parole e poi c'è la complicità che può permettersi il lusso di tacere.
G.Leopardi
La pioggia sciolse il cielo in diverse tonalità di grigio, facendolo gocciolare sull'asfalto crepato delle strade, sulle tegole incrostate dei tetti delle case, fra le ciocche dei miei capelli, e sul tessuto lucido del mio giubbotto, punteggiandomi i jeans strappati di macchioline scure, mentre correvo.
Correvo correvo correvo. Poi, mi arrestai di colpo, respirando a bocca aperta nel tentativo di annaspare più ossigeno possibile, alzando e abbassando violentemente le spalle e chinandomi sulle ginocchia, ancora tremanti di adrenalina, mentre fissavo sconvolta i binari vuoti del treno.
Il treno, il mio treno, non c'era.
L'avevo perso, cazzo.
Mi rifugiai dentro alla stazione, sedendomi su una delle tante panche di metallo, lasciando che il gelo mi mordesse le cosce nonostante i pantaloni.
Frugai nelle tasche del mio giubbotto alla ricerca delle cuffie. Niente. Non c'era niente.
Premetti la schiena contro il muro scolorito dell'edificio, chiazzato di umidità e sporcizia, e chiusi gli occhi stizzita, accavallando le gambe all'altezza delle caviglie.
Due ore. Al freddo. Senza musica. Per uno stupido treno.
Non ce l'avrei mai fatta.
Passarono solo pochi minuti, quando un tonfo mi strappò dal flusso dei miei pensieri, riportandomi dolorosamente alla realtà.
All'estremità opposta della mia panca c'era ora una ragazza, tutta china su se stessa, col collo infossato fra le spalle, e quella posizione metteva in rilievo le sue clavicole sottili, che sporgevano dallo scollo del suo maglione di lana, afflosciato addosso a lei come un paio d'ali, arricciato in grandi pieghe sui fianchi e sulle braccia.
Aveva provato a legare i capelli nella parte bassa della nuca, ma il suo chignon era così scompigliato da assomigliare ad un fiore appassito, sfiorito, rovinato, con le ciocche ribelli che le ricadevano in avanti, nascondendole parzialmente il volto incorniciato dalle sue mani pallide.
C'era qualcosa in lei, nel modo in cui scuoteva impercettibilmente la testa, nella pressione impressa dai suoi polpastrelli sulle guance, nella curva disegnata dalla sua schiena, dalla tensione che graffiava ripetutamente le sue spalle, nel tremito delle sue gambe… che mi spinse a raddrizzarmi e a fissarla.
«Ehi…» mormorai. Ogni lettera era un sussurro, che uscì tremando dalle labbra.
«É… é tutto okay? Stai bene?» le chiesi, nel modo più gentile possibile, sperando non notasse l'enorme sforzo che feci per spingere quella frase oltre il groppo d'imbarazzo che mi si era formato in gola.
Lei si voltò lentamente, e io sussultai. Il suo volto era qualcosa di duro, di affilato, tutto spigoli e linee spezzate, macchiato di lividi scuri sotto occhi sbiaditi e consumati dalle lacrime. Le sue labbra erano sottili e ricamate di crepe e crosticine, e pensai che erano ridotte in quel modo più per i morsi che per l'aria fredda.
Stupida, mi dissi. Stupida stupida stupida. Era ovvio che non stava bene. Non stava affatto bene.
«É che…» cercai di rimediare «sai, stavi guardando il pavimento, e ho pensato che magari avevi perso qualcosa e beh… » stupida stupida stupida «e … se hai bisogno di una mano, sarei felice di aiutarti» cercai di asciugarmi il sudore strofinandomi piano i palmi contro il tessuto ancora bagnato dei jeans.
I suoi occhi divennero più scuri, più profondi, come se stesse cercando di assorbire ogni mia parola, valutando se poteva fidarsi di me o meno.
Strofinai le mani sui jeans più veloce.
«Ciò che ho perso, non lo ritroverò mai più» la sua voce era inaspettatamente più profonda da come me la ero immaginata. E fredda. E piena di… dolore. Un dolore così vivo, così pungente, da aver reso ogni sua parola tagliente, sferzante. Come uno schiaffo. Come un pizzicotto. Qualcosa che se ti tocca, ti lascia un livido.
«Mi… mi spiace davvero» le risposi, sempre sussurrando, ma mantenendo il suo sguardo, fino a quando un'ombra non le attraversò il volto, e i suoi occhi divennero un po’ più lucidi, e io mi sentii un po’ più piccola e mi concentrai su come il fango avesse schizzato le mie scarpe.
«Scusami, non volevo essere invadente…cercavo solo di rendermi utile, non immaginavo che… beh.. perdonami» mi giustificai, con le guance rosse per la vergogna.
«Non capisco.» mi rispose, dopo un interminabile minuto. «Non mi conosci. Non hai idea di chi io sia, ma volevi comunque aiutarmi… per quale motivo? Io non capisco» il suo sguardo divenne sempre più caldo su di me, iniziando a farmi sudare, come se stessero bruciando tutto l'ossigeno della stazione, lasciandomi senza fiato nei polmoni, facendomi boccheggiare.
«Se dovessimo limitarci ad aiutare solo le persone che conosciamo, non credi che il mondo sarebbe davvero un posto molto triste?»
«Ma il mondo È un posto molto triste. Il mondo fa maledettamente schifo! Perché nessuno lo capisce?»
la sua voce era come un palloncino che si gonfia con sempre più rabbia, il genere di rabbia repressa per troppo tempo, troppo a lungo, e la sua voce continuava a gonfiarsi e a gonfiarsi e a gonfiarsi, trasformandole ogni parola in grida, e tutto quello che pensavo era che prima o poi sarebbe esplosa.
«Ehi ma che succede? Cosa hai fatto?» la mia voce restò calma, ferma, nonostante nel mio petto iniziò a formarsi un tarlo. Un tarlo incazzato che incominciò a rosicchiarmi, a scavarmi le ossa, riempiendomi di fitte improvvise, acute e dolorose.
All'improvviso mi resi conto che volevo realmente sapere cosa aveva fatto questa sconosciuta. Che volevo disperatamente aiutarla. Aiutarla aiutarla aiutarla.
«lo vedo il modo in cui ti stringi compulsivamente i polsi, quasi avessi paura potesse uscire qualcosa dalle tue maniche, qualcosa che ti terrorizza a morte. E vedo quanto sono rossi i tuoi occhi, e tutte gli crosticine sulle tue labbra. E va bene, va bene se non mi vuoi dire il motivo per cui le tue nocche sono spellate, o quello per cui le tue ossa sono così appuntite da dare l'impressione ti stiano lentamente perforando la pelle. Va bene, se vuoi tenerteli per te, se non hai piacere di liberarti di quei maledetti demoni che ti stanno facendo marcire dal di dentro, pezzetto dopo pezzetto, giorno dopo giorno. Va bene. Ma se stai zitta perché credi che io non sia in grado di capirti, o che non possa aiutarti, o che non voglia ascoltarti, allora sei completamente nel torto. Perché a me, di te, frega eccome. Anche se non ti conosco. Anche se non so il tuo nome, o il nome della strada in cui vivi, o la scuola che frequenti, o la musica che ascolti e i libri che leggi. Anche se per te io non significo nulla, anche se per te valgo meno di zero, tu per me sei importante. Tu per me vali. Vali al punto da farmi stare male, da voler realmente sapere cosa ti tormenta, cosa ti divora, cosa ti tartassa. Al punto da impiegare il mio tempo per aiutarti. Perché c'è qualcosa in te, qualcosa che tu non vedi ma io si, che credimi, mi fa lampeggiare negli occhi la scritta “ne vale la pena ne vale la pena ne vale la pena”. Voglio aiutarti. Ti prego» sono un fascio di nervi scoperti e tremiti, di adrenalina, di respiri veloci, di mani che sfregano sui jeans.
Lei mi fissò. Mi fissò come se mi avesse visto per davvero solo in quell'istante. Come se si fosse accorta soltanto in quell'istante che cero anche io, su quella panca.
E, all'improvviso, scoppiò a piangere. All'inizio, mi sentii malissimo. Il tarlo continuava a corrodermi il petto, squassandomi in fremiti violenti. Il mio stomaco si attorcigliò in un nodo sempre più stretto e mi sentii in colpa. La mia testa iniziò ad essere punzecchiata da migliaia di domande, affilate come schegge di vetro. Ho esagerato? Non dovevo permettermelo? Cosa ho fatto? Perché non imparo a tenere la bocca chiusa?
Ma poi, lei parlò. «Vuoi sapere cosa c'è che non va? Tutto. Come posso dirti per quale motivo sto male, se non c'è niente che sta andando bene? Vedi, innanzitutto, la differenza è che io, gli incubi, non li devo affrontare quando spengo le luci e vado a letto. No, oh no, quella è la meno. Io, i mei incubi, lì vivo ogni mattina, quando apro i miei maledetti occhi e mi alzo dal mio dannatissimo letto. » adesso L sua faccia brillava, luccicava come ghiaccio al sole; sembrava che ogni parte di lei, ogni centimetro del suo volto si stesse sciogliendo in lacrime.
«Perché sto male? Per il numero che segna la bilancia. Per il modo in cui il mio riflesso riempie lo specchio, allargandosi a dismisura fino a riempire tutta la superficie. Per il modo in cui cammino e abbasso lo sguardo sempre troppo in fretta. Per il modo in cui gli altri mi guardano. Dio, il loro sguardo su me é come un panno ruvido che sfrega contro una ferita aperta. Mi fa bruciare ogni centimetro, mi fa desiderare di saltare giù dalla prima finestra aperta o sotto la prima macchina che passa. Mi fa riempire gli occhi di lacrime, i polsi di tagli, il corpo di lividi. Perché sto male? Perché quando entro in una stanza tutti smettono di parlare. Perché in gita sono sempre quella che siede da sola. Perché quando vengo assegnata ad un gruppo di laboratorio, io sono sempre il nome per il quale i miei compagni sbuffano e guardano il soffitto. »
Le sue parole furono come un fiume in piena che scorre, furono come le sue lacrime; dopo aver versato la prima, non fu più in grado di fermare le altre, lasciandole scendere copiose lungo gli incavi delle sue guance, raggruppandosi sulla fossetta scavata nel mento, gocciolandole sul maglione.
«Fa male. Fa così male. Fa così dannatamente male, sentirsi come se, qualunque cosa fai, qualunque cosa dici, non sarà mai abbastanza, mai abbastanza per essere amata davvero.»
Non mi accorsi dei miei piedi che si muovevano e delle mie braccia che si allungarono e della mia testa che si piegò, mentre l'abbracciavo.
Notai solo il profumo dei suoi capelli e la morbidezza del suo maglione e le sue scapole che come ali appuntite premettero contro la mia pelle, e quanto era freddo il suo collo e piccolo il suo corpo, tanto che all'inizio mi sembrò di abbracciare l'aria, di abbracciarmi da sola.
La lascia respirare contro di me. Mi lasciai bagnare dalle sue lacrime. L'abbracciai forte, anche se avevo paura di spezzarla, di creparla, di romperla.
Il tarlo smise di svuotarmi le ossa.
«Non sei sola. Anche se ti senti sbagliata, non sei un errore. Anche se non ti piace il tuo corpo, non sei brutta, e anche se ti senti stanca, se ti senti come se ti fossi arresa, in realtà non hai mai smesso di combattere. » il suo cuore batteva così forte da imprimere il ritmo anche al mio, di cuore «Ho affrontato i tuoi stessi mostri, sono diventata la peggior nemica di me stessa, il giudice più spietato nei miei confronti. Mi sono odiata così tanto, da desiderare di morire, proprio come te» respira respira espira «Ma l'ho superata. C'è l'ho fatta. E ce la farai anche te. Perché si può uscire, dal nostro inferno interiore. Possiamo anche noi tornare a stare bene. Possiamo perdonarci. E anche se ora non lo vedi, non lo percepisci, ci sono persone che ti amano. Ci sono persone che vogliono aiutarti, se solo glielo permetterai. Ci sono persone pronte a combattere al tuo fianco le tue battaglie, pronte a offrirti il loro aiuto, perché tengono a te, sei importante per loro e ne vali la pena. Non lasciare che l'odio per te stessa ti renda cieca. Non lasciare che le grida nella tua testa soffochino tutte le parole gentili delle persone che hai accanto. Dipende solo da te; devi scegliere di lasciarti aiutare, scegliere di darti una seconda opportunità, scegliere di ricominciare da capo. »
Le sue spalle smisero di tremare e dai suoi occhi non sgocciolavano più lacrime. Si stava calmando. Il suo cuore stava rallentando, come i suoi respiri.
«Tu.. tu mi hai salvato»
E in quel momento, mi resi conto che avevo appena appreso la lezione più importante di tutte; ognuno di noi affronta le proprie battaglie, ogni giorno, sempre. Se le tiene dentro, nascoste sotto qualche chilo di trucco, un paio di braccialetti di troppo, un pranzo saltato, delle lacrime nascoste nel palmo della mano. E nessuno può sapere se la persona che le si siede accanto stia vincendo, oppure no, quelle battaglie.
Io ho scelto di aprire gli occhi. Ho scelto di non fare finta di niente.
Non possiamo scegliere, e non lo possiamo sapere, se domani saremo la ragazza in difficoltà, che ha bisogno di qualcuno che l'ascolti e le dimostri che la sua esistenza è importante, anche per un estraneo.
Ma, di sicuro, possiamo scegliere di non essere la ragazza che, con indifferenza, le passa accanto, senza fare niente.
-Alessia Alpi, scritta da me (Volevoimparareavolare on Tumblr)

Wow. Non ho parole.
Ti prego scrivi un libro, perchè non ho mai letto nulla di così meravigliosamente profondo😍

Stupendo😍








