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Un tranquillo weekend di paura by James Dickey
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bookshelves: americana, thriller

DOVE PORTA IL FIUME


Il fiume Cahulawassee, nella Georgia settentrionale, nel romanzo, nel film fu girato sul fiume Chattooga, al confine tra Georgia e North Carolina. Dopo l’uscita del film si scatenò la voglia d’imitazione, e ci furono almeno 30 morti per annegamento.

Dickey scriveva principalmente poesie, questo è il suo prima romanzo, genere nel quale si cimentò solo un altro paio di volte.
Le sue poesie sono state paragonate al mitico “wall of sound” di Phil Spector, il produttore musicale altrettanto mitico.
[http://www.imdb.com/title/tt1745862/?ref _=nv_sr_1]: poesie che erano “walls of words”, stratificate, riverberate, imbottite di parole e suono (una delle più famose, “Falling”, descrive una hostess di 29 anni risucchiata da un jet in volo).
Con le poesie vinse il National Book Award e divenne poet laureat.

Ma per me, e per tanti, è noto soprattutto proprio per questo romanzo.
E il fatto, credo, lo si debba all’ottimo film che ne è stato tratto, che ha conservato lo stesso titolo del libro. Un film davvero superlativo che ha reso il romanzo intramontabile.
Al punto che, alla prima edizione, la traduzione italiana era Dove porta il fiume, per poi diventare identica a quella del titolo del film nella versione italiana, Un tranquillo weekend di paura.

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Cast perfetto: Burt Rynolds al top della sua prestanza fisica non ancora sminuita dal ridicolo baffo che non ha più abbandonato dopo quel film; Jon Voigt in una fase di ristagno della carriera, dopo successi grandiosi e qualche passo falso; Ned Beatty, tenero ma irritante, e Ronny Cox prima che diventasse lo stereotipo del villain. Per i due protagonisti furono prima sentiti Sean Connery, Marlon Brando, Jack Nicholson, Lee Marvin, Donald Sutherland, James Stewart, Henry Fonda, Gene Hackman, Charlton Heston, tutti calibri da 90, alcuni decisamente troppo agée per il ruolo: per fortuna è andata come è andata. Dickey appare in un cammeo alla fine, nella parte dello sceriffo.

La sceneggiatura è opera dello stesso Dickey, ed è eccellente: per esempio, sui titoli di testa, mentre scorrono immagini del lavoro per la diga, si sentono le voci dei quattro che parlano al bar e pianificano il viaggio in canoa: non li si vede che più tardi, già in macchina diretti al fiume, ma con poche battute iniziali fuori campo sono riassunte pagine e pagine del libro in modo magistrale, e il pistolotto macho di Lewis è reso molto più accettabile e condivisibile.
Se però non avesse trovato il talento visivo di John Boorman, non sarebbe andata lontano. Basta la scena passata alla storia come "dueling banjos" (anche se a duellare è un banjo soltanto, con una chitarra), sullo schermo è mozzafiato, sulla pagina ‘è ‘solo’ bella.

L’edizione italiana che ho letto salta agli occhi per la magistrale copertina, sicuramente frutto di studio articolato e approfondito: un canotto da rafting giustamente condotto da un equipaggio di almeno cinque membri, tutti in abbigliamento tecnico incluso il casco – mentre nel libro si tratta di due canoe, con due rematori a bordo ciascuna, e hanno molto poco di tecnico, a parte per certi versi Lewis – sulla copertina il tutto è inquadrato attraverso il mirino telescopico di un fucile di precisione, quando nel romanzo e nel film gli unici fucili che compaiono sono da caccia, generalmente doppiette. Geniale.


Il ruolo di una vita, letteralmente: Billy Redden ha fatto solo altri due film, due piccole apparizioni in veste, tanto per cambiare, di ‘banjo man’. In realtà, Redden non sapeva suonare il banjo: nel film c’è un altro ragazzo, esperto dello strumento, nascosto dietro la panchina, che ‘doppia’ il braccio del giovane suonatore.

Un fiume da scendere verso valle, anziché risalirlo verso la sorgente: eppure il Conrad di “Cuore di tenebra” è vicinissimo. La guerra in Vietnam è nell’aria, anche tra i boschi della Georgia. Dove abitano persone che avrebbero forse potuto sterminare Sharon Tate, proprio come la banda di Charles Manson, o uccidere i fratelli Kennedy, il reverendo King…
È un’America con meno certezze, minata dall’insicurezza, dal senso del pericolo, l’insidia è nell’aria: Lewis prevede un futuro prossimo post-apocalittico, ha già fatto costruire un rifugio antiatomico a casa sua, si prepara a un ritorno alla natura, sulle montagne, come i nostri antenati.
E il sogno finale di Ed è più che inquietante, proprio terrorizzante.
I protagonisti del libro (e del film) incontrano mostri e riconoscono la loro capacità di diventare mostri loro stessi, pur se giustificati dalla legittima difesa.

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Il sogno finale di Ed, immagine di grande tensione.

Il romanzo di Dickey raccolse ottime recensioni alla sua uscita, e lo scrittore fu intervistato più volte, le vendite lo portarono a competere con libri campioni d’incasso dell’epoca quali “Love Story,” “Il padrino” e “La donna del tenente francese.”
Dickey inizio a scriverlo diversi anni prima della pubblicazione, e lo condì con le sue personali esperienze di canoa, tiro con l’arco, chitarra, i suoi anni da pubblicitario (elemento sparito nel film), il suo machismo (aspetto mitigato sullo schermo).

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Ecco la scena con la battuta più celebre del film, “squeal like a pig”, frase che non compare nel libro e neppure nella sceneggiatura: fu il risultato di improvvisazione.

Il film non era ad alto budget (due milioni di dollari, credo): per questo le star auspicate non poterono partecipare. E per questo fu limitato l’uso degli stunt: sono gli stessi attori a simulare annegamento, a cadere nelle rapide, Jon Voight si arrampicò sulla parete, eccetera. Non per niente, Burt Reynolds riportò una lesione al coccige.

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E sempre all’insegna del risparmio, fu assunta gente del posto per i piccoli ruoli, come quello del benzinaio, che durante la scena dei dwelling banjos si mise a ballare di sua iniziativa.
Dickey seguì la lavorazione del film passo per passo, cominciando con lo scrivere la sceneggiatura, finendo con il cammeo dello sceriffo. Sul set discuteva spesso con il regista, e una volta si presero a pugni e Boorman ne uscì col naso rotto e quattro denti spezzati. In seguito, però, i due divennero davvero amici, come nella migliore tradizione western (scazzottata e poi pacche sulle spalle).

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A prescindere dal film, comunque, il romanzo ha vita a sé, è una lettura piacevole, un bel thriller, ben strutturato, insolito, precursore del genere survivor.

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Da sinistra a destra: Ned Beatty, Burt Reynolds, Ronn, Jon Voight.
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Reading Progress

June 8, 2017 – Started Reading
June 10, 2017 – Shelved
June 10, 2017 – Shelved as: americana
June 10, 2017 – Shelved as: thriller
June 10, 2017 – Finished Reading

Comments Showing 1-14 of 14 (14 new)

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message 1: by Pamela (new)

Pamela Perry Yikes! As always, a breathtaking review and homage to James Dickey.


Orsodimondo Pamela wrote: "Yikes! As always, a breathtaking review and homage to James Dickey."

😊


message 3: by ZOE (new)

ZOE Il film è bellissimo, e ti confesso che non sapevo fosse tratto da un libro. Interessante!


Orsodimondo Valeria wrote: "Il film è bellissimo, e ti confesso che non sapevo fosse tratto da un libro. Interessante!"

Vero, bellissimo!


message 5: by Emilio (new)

Emilio Berra Interessante presentazione.
Sul libro non so. Penso che il romanzo di un poeta sia molto poetico. Forse ho detto una banalità, ma ciò che un po' mi attrae è proprio questo aspetto.


Orsodimondo Emilio wrote: "Interessante presentazione.
Sul libro non so. Penso che il romanzo di un poeta sia molto poetico. Forse ho detto una banalità, ma ciò che un po' mi attrae è proprio questo aspetto."


Non so che dire, pratico poco la poesia, ma d'istinto tenderei a diffidare di un poeta la cui poesia è definita 'wall of words'.


message 7: by Rosenkavalier (new)

Rosenkavalier Grande film, la scena del mattocchio che strimpella il banjo mentre li guarda passare sotto il ponte è memorabile, vale il film. (mi sa che c'è un refuso, duelling banjos, non dwelling).


Orsodimondo Rosenkavalier wrote: "Grande film, la scena del mattocchio che strimpella il banjo mentre li guarda passare sotto il ponte è memorabile, vale il film. (mi sa che c'è un refuso, duelling banjos, non dwelling)."

Sì, grande film.
Grazie. E in realtà i refusi, o errori, sono ben due nella stessa parola: la 'u' e non la 'w', ma anche una sola 'l'. Dueling.


message 9: by Rosenkavalier (last edited Sep 10, 2019 01:27AM) (new)

Rosenkavalier Io ho presente un grande live di Bob Dylan con Tom Petty & Heartbreakers che si intitola Duellin' banjos con doppia "l".


Orsodimondo Rosenkavalier wrote: "Io ho presente un grande live di Bob Dylan con Tom Petty & Heartbreakers che si intitola Duellin' banjos con doppia "l"."

Sì, E la pronuncia tra le due parole è diversa, anche se il significato sembrerebbe lo stesso. Tuttavia il verbo è TO DUEL, con una sola elle, mi pare strano raddoppi la consonante finale davanti al suffisso 'ing'.
E la scena di "Deliverance" la vedo sempre chiamata dueling, e non duelling.


message 11: by Rosenkavalier (new)

Rosenkavalier Forse la risposta è qui, la doppia L sembra una grafia britannica.

https://www.dictionary.com/browse/due...


Orsodimondo Vero. Risolto il quesito. Grazie.
Buffo che l'album di americani 100% adotti dizione British.


message 13: by Gianni (new)

Gianni Bello anche il film!


Orsodimondo Gianni wrote: "Bello anche il film!"

Buon libro, film più che notevole.


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