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I beati anni del castigo
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OGNI COSA È SEMPRE QUALCOS’ALTRO

Cercavo la solitudine e forse l’assoluto. Ma invidiavo il mondo.
Viene da definirla chirurgica la scrittura di Fleur Jaeggy per quanto è precisa e perché incide come un bisturi. E sembra andare a fondo anche quando rimane in superficie. “Concisa come un epitaffio.”
(Poi, certo, scrittura-chirurgica è definizione abusata, come atmosfera-kafkiana.)
Taglia scrivendo, questo io-narrante che non si dà mai un nome, non dimostra la sua età, e si racconta quindicenne selvaggia, fredda, scostante, forse anche ribelle, in un collegio svizzero femminile circondato da boschi e montagne, nel secondo dopoguerra. Un istituto dove anche il personale è essenzialmente femminile.
Per me è impossibile non pensare a un altro collegio femminile, secluso e recluso, in quella storia ambientata qualche decennio prima, inizio secolo, o forse invece fin-de-siècle, dal titolo misterioso di Mine-Haha (ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle).

Frédérique arriva al collegio e diventa protagonista col suo vivere ritirata, isolata, a parte la compagnia dell’io-narrante, coi suoi eloquenti silenzi, con la sua bella fronte alta, dove i pensieri si potevano toccare, dove generazioni passate le avevano tramandato talento, intelligenza, fascino. Per l’io-narrante – probabile, almeno in parte, alter ego della stessa Jaeggy – Frédérique diventa un modello e una vetta da conquistare al punto da imparare a imitarne la grafia. Ma non per questo rinuncia alle sue passeggiate solitarie mattutine, a svegliarsi alle cinque.
Frédérique tornerà in due brevi apparizioni anche dopo i “beati anni” dei collegi, solo che ormai è ospite del manicomio da vent’anni e se continuava così avrebbe preso la via del cimitero. Un po’ quanto successo a Robert Walser, nominato nell’incipit, anche lui ospite del manicomio, ritrovato morto nella neve a interrompere una delle sue eterne passeggiate.

Più che seguire un arco temporale, il racconto della Jaeggy avanza per analogia anziché cronologia, il presente e l’imperfetto si mischiano e incrociano. Così come la scrittura sembra costruita sul contrasto e l’opposizione: di conseguenza, il colore del fuoco è celestiale, qualcuno è abissalmente cortese, la dolcezza ha la stessa intensità della collera, Paradiso e Aurora sono nomi violenti, la vivacità è spossata, qualcuno è appassionatamente timido, la vendetta è esaudita, l’innocenza è rude e pedante, l’allegria può diventare tetra, l’allegria è difficile da sopportare, “vetusta è l’infanzia”…
Pensavo agli opposti che si toccano, a una sorta di gioco fra i contrari, che diventa una simbiosi.
In fondo, l’io-narrante, come già detto, ha carattere ribelle e selvaggio.

Come sulla copertina, interni con donna di spalle opere di Vilhelm Hammershøi.

Cercavo la solitudine e forse l’assoluto. Ma invidiavo il mondo.
Viene da definirla chirurgica la scrittura di Fleur Jaeggy per quanto è precisa e perché incide come un bisturi. E sembra andare a fondo anche quando rimane in superficie. “Concisa come un epitaffio.”
(Poi, certo, scrittura-chirurgica è definizione abusata, come atmosfera-kafkiana.)
Taglia scrivendo, questo io-narrante che non si dà mai un nome, non dimostra la sua età, e si racconta quindicenne selvaggia, fredda, scostante, forse anche ribelle, in un collegio svizzero femminile circondato da boschi e montagne, nel secondo dopoguerra. Un istituto dove anche il personale è essenzialmente femminile.
Per me è impossibile non pensare a un altro collegio femminile, secluso e recluso, in quella storia ambientata qualche decennio prima, inizio secolo, o forse invece fin-de-siècle, dal titolo misterioso di Mine-Haha (ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle).

Frédérique arriva al collegio e diventa protagonista col suo vivere ritirata, isolata, a parte la compagnia dell’io-narrante, coi suoi eloquenti silenzi, con la sua bella fronte alta, dove i pensieri si potevano toccare, dove generazioni passate le avevano tramandato talento, intelligenza, fascino. Per l’io-narrante – probabile, almeno in parte, alter ego della stessa Jaeggy – Frédérique diventa un modello e una vetta da conquistare al punto da imparare a imitarne la grafia. Ma non per questo rinuncia alle sue passeggiate solitarie mattutine, a svegliarsi alle cinque.
Frédérique tornerà in due brevi apparizioni anche dopo i “beati anni” dei collegi, solo che ormai è ospite del manicomio da vent’anni e se continuava così avrebbe preso la via del cimitero. Un po’ quanto successo a Robert Walser, nominato nell’incipit, anche lui ospite del manicomio, ritrovato morto nella neve a interrompere una delle sue eterne passeggiate.

Più che seguire un arco temporale, il racconto della Jaeggy avanza per analogia anziché cronologia, il presente e l’imperfetto si mischiano e incrociano. Così come la scrittura sembra costruita sul contrasto e l’opposizione: di conseguenza, il colore del fuoco è celestiale, qualcuno è abissalmente cortese, la dolcezza ha la stessa intensità della collera, Paradiso e Aurora sono nomi violenti, la vivacità è spossata, qualcuno è appassionatamente timido, la vendetta è esaudita, l’innocenza è rude e pedante, l’allegria può diventare tetra, l’allegria è difficile da sopportare, “vetusta è l’infanzia”…
Pensavo agli opposti che si toccano, a una sorta di gioco fra i contrari, che diventa una simbiosi.
In fondo, l’io-narrante, come già detto, ha carattere ribelle e selvaggio.

Come sulla copertina, interni con donna di spalle opere di Vilhelm Hammershøi.
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I beati anni del castigo.
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Reading Progress
Started Reading
July, 1991
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Finished Reading
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February, 2025
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February 9, 2025
– Shelved
February 9, 2025
– Shelved as:
italiana
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Il titolo del libro è piuttosto noto, ma non ho mai letto l'autrice.