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Memorie di un antisemita: Un romanzo in cinque racconti
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L'antisemita riluttante
Ammetto di essere stato fuorviato dal titolo, che mi aveva fatto pensare a un romanzo molto più ideologicamente connotato di quanto in realtà non sia.
L'antisemita in questione è una sorta di alter ego dell'autore (che, a scanso di equivoci, con l'antisemitismo non ha nulla a che fare), un giramondo nato nella Bucovina ex austriaca e divenuta romena dopo la Grande Guerra, rampollo di una famiglia di piccola nobiltà semidecaduta, sostanzialmente un relitto del vecchio Impero in terra ormai straniera e in rapido moto centrifugo rispetto all'Europa occidentale (a fare piazza pulita ci penseranno la Seconda Guerra Mondiale, il comunismo e Ceausescu).
Nei cinque racconti, il narratore inizia dall'infanzia del protagonista, lo segue negli anni in giro per il continente, fino al crepuscolo della sua vita relativamente avventurosa, ambientato a Roma (ed effettivamente Von Rezzori visse buona parte della sua vita in Italia, in Toscana, dove esiste anche un premio letterario a suo nome).
Nel mezzo, la Bucarest dell'intermezzo monarchico, balcanica come ce la si potrebbe solo immaginare, la Vienna dell'Anschluss, al suo ultimo ballo di grande capitale cosmopolita prima di diventare solo un capoluogo di provincia del Tausendjähriges Reich.
Serve alla narrazione che il protagonista sia spesso a contatto con l'oggetto del suo razzismo.
Ed è sempre un rapporto di amore e odio, di attrazione e repulsione, di sfida e rifiuto che si materializza, l'impossibilità di vedere nella controparte di queste relazioni un essere umano per come è. Il pregiudizio, per l'appunto.
L'antisemita non ci spiega la ragione del suo atteggiamento. Gli ebrei non gli piacciono, non piacevano a suo padre, non piacevano al suo adorato zio ex adepto di una di quelle congregazioni studentesche che furono bacino elettivo di reclutamento del Nazionalsocialismo, non piacciono ai suoi amici.
Non è un antisemita religioso, perchè della religione gli importa ben poco. Non è nemmeno un antisemita "biologistico", perchè non ha alcuna simpatia per il nazismo e le sue abiette e assurde teorie pseudoscientifiche. Forse si può dire che è un antisemita per abitudine, per eccessiva esposizione a un ambiente nel quale il pregiudizio antiebraico era la regola. Di per sè, la cosa non è sorprendente, ma onestamente non mi è parso un approccio sufficientemente robusto per innervare un romanzo. Certo, si può concordare con Claudio Magris che sottolinea come questo atteggiamento possa risultare tanto più nocivo in quanto apparentemente meno motivato, meno profondo, meno incisivo. Quindi meritevole di trattazione a sé, anzi forse più meritevole di altre forme di intolleranza.
La mia perplessità rimane, rafforzata dalla circostanza che gli ebrei che il protagonista incontra sono tutti più o meno dei tipi inconsueti quando non speciali, addirittura eccezionali. Il ragazzino incredibilmente dotato per il pianoforte, la bella vedova dall'irresistibile sensualità, l'affascinante intellettuale libertina, la moglie ipersensibile e nevrotica.
Insomma, in questo perdurante e controverso rapporto con gli ebrei, il Nostro non ne incontra uno che sia un comune individuo, un impiegato, un contabile, una noiosa casalinga. A ben vedere, sarebbe da considerare una sorta di pregiudizio anche questo, l'eccezionalità degli ebrei, che anche quando declinata in positivo nasconde quasi sempre il sottinteso di una certa "anormalità", di un'irregolarità di queste doti, una sorta di "ingiusto vantaggio" non si sa bene da cosa originato.
Certo non è questo il caso di Von Rezzori, quindi inclinerei a rubricare il caso alla voce "necessità romanzesche", laddove parlare dell'amicizia con un Travet qualsiasi rende meno avvincente la narrazione rispetto a un interlocutore con caratteristiche più marcate (peraltro, basta leggere qualcosa della sua vita per capire che le sue frequentazioni non includevano più di tanto il popolino).
A questa nota aggiungo che, quando ha sentito la necessità di una sottolineatura storica o politica più netta, Von Rezzori ha fatto ricorso a "oratori" interni al racconto di non sempre grande efficacia, come il fuoruscito austriaco che, nel primo capitolo, rammenta a tutti il ruolo "pacificatore" della vecchia Austria.
Messo da parte (almeno per quanto mi riguarda) l'interesse per così dire teorico e storico (in senso stretto), resta il valore letterario, con una ricchezza di immagini e descrizioni, una vivissima memoria di luoghi e ambienti, che solo un autentico viveur della vecchia Europa poteva mettere insieme (e solo un grande scrittore poteva rielaborare senza scadere nella memorialistica più banale). Questo sì costituisce un motivo di grande interesse, con tanti passaggi che meriterebbero una sottolineatura o una citazione.
E così rivive un mondo balcanico e centro europeo ormai scomparso, con le sue miserie e il suo fascino, la sua complessa e variopinta umanità, le contraddizioni che diventano regole e le regole che scoloriscono più o meno bonariamente nella consuetudine del quieto vivere. Forse non a caso il padre del protagonista si sentiva un evangelizzatore occidentale inviato in terra incognita, un ambiente levantino nel quale la pedante efficienza austrotedesca non era (evidentemente) riuscita a mettere radici nonostante una presenza plurisecolare.
Qui le memorie sono più dell'autore che del suo personaggio, un mediocre cui fatico a riconoscere la sensibilità necessaria per tanta intensità.
E qui forse sta la cifra del romanzo, una ricerca di memorie forse appannate, forse addomesticate dalla nostalgia, ancora vive ma in pericolo, che Von Rezzori ha tentato con maestria di fissare per noi in questo romanzo, che solo per questo merita di esser letto.
Ammetto di essere stato fuorviato dal titolo, che mi aveva fatto pensare a un romanzo molto più ideologicamente connotato di quanto in realtà non sia.
L'antisemita in questione è una sorta di alter ego dell'autore (che, a scanso di equivoci, con l'antisemitismo non ha nulla a che fare), un giramondo nato nella Bucovina ex austriaca e divenuta romena dopo la Grande Guerra, rampollo di una famiglia di piccola nobiltà semidecaduta, sostanzialmente un relitto del vecchio Impero in terra ormai straniera e in rapido moto centrifugo rispetto all'Europa occidentale (a fare piazza pulita ci penseranno la Seconda Guerra Mondiale, il comunismo e Ceausescu).
Nei cinque racconti, il narratore inizia dall'infanzia del protagonista, lo segue negli anni in giro per il continente, fino al crepuscolo della sua vita relativamente avventurosa, ambientato a Roma (ed effettivamente Von Rezzori visse buona parte della sua vita in Italia, in Toscana, dove esiste anche un premio letterario a suo nome).
Nel mezzo, la Bucarest dell'intermezzo monarchico, balcanica come ce la si potrebbe solo immaginare, la Vienna dell'Anschluss, al suo ultimo ballo di grande capitale cosmopolita prima di diventare solo un capoluogo di provincia del Tausendjähriges Reich.
Serve alla narrazione che il protagonista sia spesso a contatto con l'oggetto del suo razzismo.
Ed è sempre un rapporto di amore e odio, di attrazione e repulsione, di sfida e rifiuto che si materializza, l'impossibilità di vedere nella controparte di queste relazioni un essere umano per come è. Il pregiudizio, per l'appunto.
L'antisemita non ci spiega la ragione del suo atteggiamento. Gli ebrei non gli piacciono, non piacevano a suo padre, non piacevano al suo adorato zio ex adepto di una di quelle congregazioni studentesche che furono bacino elettivo di reclutamento del Nazionalsocialismo, non piacciono ai suoi amici.
Non è un antisemita religioso, perchè della religione gli importa ben poco. Non è nemmeno un antisemita "biologistico", perchè non ha alcuna simpatia per il nazismo e le sue abiette e assurde teorie pseudoscientifiche. Forse si può dire che è un antisemita per abitudine, per eccessiva esposizione a un ambiente nel quale il pregiudizio antiebraico era la regola. Di per sè, la cosa non è sorprendente, ma onestamente non mi è parso un approccio sufficientemente robusto per innervare un romanzo. Certo, si può concordare con Claudio Magris che sottolinea come questo atteggiamento possa risultare tanto più nocivo in quanto apparentemente meno motivato, meno profondo, meno incisivo. Quindi meritevole di trattazione a sé, anzi forse più meritevole di altre forme di intolleranza.
La mia perplessità rimane, rafforzata dalla circostanza che gli ebrei che il protagonista incontra sono tutti più o meno dei tipi inconsueti quando non speciali, addirittura eccezionali. Il ragazzino incredibilmente dotato per il pianoforte, la bella vedova dall'irresistibile sensualità, l'affascinante intellettuale libertina, la moglie ipersensibile e nevrotica.
Insomma, in questo perdurante e controverso rapporto con gli ebrei, il Nostro non ne incontra uno che sia un comune individuo, un impiegato, un contabile, una noiosa casalinga. A ben vedere, sarebbe da considerare una sorta di pregiudizio anche questo, l'eccezionalità degli ebrei, che anche quando declinata in positivo nasconde quasi sempre il sottinteso di una certa "anormalità", di un'irregolarità di queste doti, una sorta di "ingiusto vantaggio" non si sa bene da cosa originato.
Certo non è questo il caso di Von Rezzori, quindi inclinerei a rubricare il caso alla voce "necessità romanzesche", laddove parlare dell'amicizia con un Travet qualsiasi rende meno avvincente la narrazione rispetto a un interlocutore con caratteristiche più marcate (peraltro, basta leggere qualcosa della sua vita per capire che le sue frequentazioni non includevano più di tanto il popolino).
A questa nota aggiungo che, quando ha sentito la necessità di una sottolineatura storica o politica più netta, Von Rezzori ha fatto ricorso a "oratori" interni al racconto di non sempre grande efficacia, come il fuoruscito austriaco che, nel primo capitolo, rammenta a tutti il ruolo "pacificatore" della vecchia Austria.
Messo da parte (almeno per quanto mi riguarda) l'interesse per così dire teorico e storico (in senso stretto), resta il valore letterario, con una ricchezza di immagini e descrizioni, una vivissima memoria di luoghi e ambienti, che solo un autentico viveur della vecchia Europa poteva mettere insieme (e solo un grande scrittore poteva rielaborare senza scadere nella memorialistica più banale). Questo sì costituisce un motivo di grande interesse, con tanti passaggi che meriterebbero una sottolineatura o una citazione.
E così rivive un mondo balcanico e centro europeo ormai scomparso, con le sue miserie e il suo fascino, la sua complessa e variopinta umanità, le contraddizioni che diventano regole e le regole che scoloriscono più o meno bonariamente nella consuetudine del quieto vivere. Forse non a caso il padre del protagonista si sentiva un evangelizzatore occidentale inviato in terra incognita, un ambiente levantino nel quale la pedante efficienza austrotedesca non era (evidentemente) riuscita a mettere radici nonostante una presenza plurisecolare.
Qui le memorie sono più dell'autore che del suo personaggio, un mediocre cui fatico a riconoscere la sensibilità necessaria per tanta intensità.
E qui forse sta la cifra del romanzo, una ricerca di memorie forse appannate, forse addomesticate dalla nostalgia, ancora vive ma in pericolo, che Von Rezzori ha tentato con maestria di fissare per noi in questo romanzo, che solo per questo merita di esser letto.
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Memorie di un antisemita.
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“Le idee sono spesso surrogate dalle emozioni. Sono più dure a morire, resistono meglio al tempo e tanto meglio quanto più sono irrazionali.”
― Memoirs of an Anti-Semite
― Memoirs of an Anti-Semite
“Siamo tutti di sangue misto noi austriaci, specialmente noi cosiddetti austriaci di ceppo germanico: figli di un impero dalle più disparate etnie, razze, religioni. Se non ci ostinassimo comicamente a sentirci tuttora austriaci, anche dopo la scomparsa di quel leggendario impero, dovremmo riconoscere di essere addirittura americani... ma per arrivare a questo ci manca l’acume politico... È così purtroppo: le idee sono spesso surrogate dalle emozioni. Sono più dure a morire, resistono meglio al tempo, e tanto meglio quanto più sono irrazionali. Per esempio il grande sogno tedesco, il sogno dell’Impero, dello scomparso Sacro Romano Impero di Nazione Germanica di Carlo Magno... già l’imperatore Barbarossa ci si è addormentato su così profondamente, là sul Kyffhauser, che la barba gli è dovuta crescere attraverso il tavolo di pietra sul quale si appoggia... Ricostituire questo impero, riunificarlo, " farlo rivivere in tutta la sua potenza e il suo mistico splendore – ebbene: questo era già cent’anni fa il proposito della gioventù di lingua tedesca, è ancor oggi il suo sogno e la sua aspirazione, e non importa se questa gioventù, tedesca di lingua, tedesca di pensieri, tedesca di sentimenti, ha probabilmente nelle vene, là sulle rive del Reno, fin dai tempi di Arminio il Cherusco e dei suoi avversari romani, sangue in buona parte nubiano e libico, e nelle regioni a est dell’Elba, soprattutto in quelle che sono il cuore della riedizione bismarckiana di quell’lmpero, soprattutto sangue borussico e finnico e vendico; e perfino lungo il fiume dei Nibelunghi, nei paesi così cari al nostro cuore, sangue sloveno e boemo... Non importa: ha sentimenti germanici questa gioventù tedesca, imperial—germanici, pan- germanici, nevvero? Incalzata da quest’ansia, nei suoi sogni si vede già all’ombra della grande, fluttuante bandiera nero-rosso— oro — questa bandiera giovane più di tutte le bandiere, con quel nero che è presagio di morte, quel rosso che è ribollire di sangue e quell’oro che è inebriante promessa di vagheggiati destini... In verità mi chiedo commosso: chi son io mai perche' mi sia dato ancora di vivere una simile emozione! Un giovane tedesco, uno sbarbatello, se mi è consentito di esprimermi così liberamente, neppure adolescente, ancora un ragazzo: e già si esibisce orgogliosamente nella divisa dei campioni della libertà, epigoni dello Sturm und Drang nell’ideale della sempre vagheggiata e sempre fallita rivoluzione tedesca. Attestiamo il sogno tedesco, qui, nella culla dei voivodi rumeni, tra i fiumi Prut e Siret, circondati da rumeni, ruteni, polacchi, lipovani ed ebrei galiziani, orgogliosamente incuranti dell’eventuale rischio di esporci al ridicolo in un travestimento che ricorda il gatto con gli stivali —- com’e‘ bella anche questa fedeltà al patrimonio favolistico popolare tedesco!... No no, non dobbiamo vergognarci, siamo nel giusto, in ogni senso: anche questo regno di Romania nel quale oggi viviamo, è ancora talea e pollone dell’Unico Grande Impero, al suo vertice sta pur sempre un monarca della casa Hohenzollern-Sigmaringen, un principe tedesco... Mi si permetta di esprimere la mia incondizionata ammirazione per un atto di fede tanto coraggioso da spazzar via ogni meschina considerazione di opportunità politica!”
― Memoirs of an Anti-Semite
― Memoirs of an Anti-Semite
“proviamo gli stessi sacri brividi che devono aver scosso gli animi di coloro che per primi cantarono queste canzoni. quei giovani tedeschi di tre-quattro generazioni fa che si si riconoscevano fratelli tra loro e nella comunità dei fratelli riconoscevano la nazione e nella nazione vedevano la promessa della libertà... Ma certamente avvertiamo anche il dolore e l'amarezza, la cupa caparbietà e lo struggimento che sempre accompagnano nella gioventù la piena dei sentimenti. Probabilmente ci riconosciamo, ritroviamo noi stessi nelle tempeste primaverili di queste passioni, forse sentiamo pure con angoscia che una nuova gelata potrebbe fin troppo facilmente rovinare questo fiore appena sbocciato, e intanto proviamo anche tutta la voluttà del sacrificio, la macabra ironia della consapevole caducità, la ribellione di un caparbio “Avanti lo stesso!” e la violenza della disperazione. Certo, la storia è sempre quella. La gioventù contagia la gioventù da una generazione all’altra: si riconosce come un ribollire di vitalità ma anche come sofferenza, come malattia, e si sfoga cantando questa sua esperienza e suscitando nei cuori sensibili lo stesso impeto: ovunque e sempre il sogno di una bandiera che unisca, che elevi gli animi, che sia portatrice di libertà.”
― Memoirs of an Anti-Semite
― Memoirs of an Anti-Semite
Reading Progress
October 2, 2013
– Shelved as:
to-read
October 2, 2013
– Shelved
March 31, 2019
–
Started Reading
April 16, 2019
–
Finished Reading
Comments Showing 1-14 of 14 (14 new)
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Anche a me il titolo ha dato subito la sensazione di un libro di marchio ideologico, quindi volentieri evitato. Però l'autore m'incuriosisce.
Rosenkavalier wrote: "Devo dire che a me è quello che è piaciuto meno, il mio preferito resta quello viennese."Domenico Fina wrote: "Grande scrittore, l'ultimo racconto è un piccolo capolavoro."
Ah beh sono punti di vista :) Dovrei rileggerlo, magari potrei darti ragione. Comunque sia Rezzori è uno scrittore dal talento enorme, un irregolare difficilmente definibile, come lo è la sua nazionalità, gioca molto sullo sfuggire al lettore perché sfugge allo stesso tempo a se stesso. Opera contraddizioni continue, vie di fuga, giochi mentali, seduzioni, provocazioni sotterranee. Se non lo hai letto ti suggerisco "Un ermellino a Cernopol", il suo capolavoro. Anche i libri che riguardano la sua infanzia - "Tracce nella neve" è uno di questi - sono notevoli.
Questo è un libro che si intitola Memorie di un antisemita, per il solo fatto che i personaggi incontrati dal protagonista sono ebrei, ma è ovvio che non vuole essere autobiografico, né denigratore, il miglior amico e la prima moglie di Rezzori sono ebrei; il senso del romanzo risiede piuttosto nella comunicazione umana impraticabile come si vorrebbe, Rezzori gioca tutta la sua opera sul fatto che comunicare, condividere davvero le stesse sensazioni è un guizzo e poi si torna soli. Rezzori è uno scrittore edonista solo in parte, la sua essenza è quella dei Musil e dei Canetti.
Vedi che quando vuoi riesci a leggere oltre le cento pagine ;-) Io di Von Rezzori ho letto solo “Disincantato ritorno” e lì di ebrei o di antisemiti non vi era traccia. Cinque stelle pienissime.
Che bel commento, Rosen! Curioso il fatto che, fra i libri di von Rezzori che ho letto, sia quello di cui ricordo meno i particolari. Verso la Bucovina e la sua fauna umana però mi sembra che lo scrittore sia sempre in bilico fra un rimpianto affettivo e uno sguardo ironico capace di farsi sovente anche impietoso e sconfortato. Basta pensare all'enorme affresco di Un ermellino a Cernopol.
Grazie, diciamo che qui il protagonista narratore ha un atteggiamento altrettanto ambivalente, però a me pare sempre un genere di ironia prevalentemente benevola e nostalgica. Un ermellino a Czernopol vorrei leggerlo, so che è uno dei suoi migliori romanzi.



Grazie, Rosen!