La città dei vivi Quotes
La città dei vivi
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Nicola Lagioia11,482 ratings, 4.18 average rating, 1,204 reviews
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La città dei vivi Quotes
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“Mentre parlava mi sentii improvvisamente in colpa. In colpa perché io avevo quarantacinque anni e lui nemmeno trenta. Una colpa anagrafica, oggettiva. Gli adulti sono sempre colpevoli quando i giovani vivono in un mondo che fa schifo. Di chi altri dovrebbe essere la responsabilità?”
― La città dei vivi
― La città dei vivi
“Riusciva a capire come ragionavano certi ragazzi di borgata. Conosceva i figli dei disoccupati, dei rapinatori, dei drogati. Chi cresceva in famiglie devastate, o in contesti dove miseria e violenza erano un tutt'uno, era palese in nome di cosa sfidava l'ordine costituito. In quei casi le forze dell'ordine sapevano come comportarsi, e prima ancora sapevano cosa pensare. È più facile contrastare un illecito quando è chiaro da cosa è spinto chi lo compie. Ma il motivo per cui dei ragazzi assolutamente normali, a cui non mancava niente sul piano materiale, sembravano vivere come autentici disperati - per le droghe che prendevano, per come non riuscivano a mettere a fuoco la propria stessa identità, per la preoccupazione parossistica che avevano del giudizio altrui, per l'uso irrispettoso che facevano dei propri corpi, per il rapporto che intrattenevano con il denaro, per come sembravano incuranti di sprecare interi periodi delle loro vite - lo lasciava in uno stato di assoluta perplessità.”
― La città dei vivi
― La città dei vivi
“Quando ero arrivato, vent'anni prima, non conoscevo nessuno. Avevo pochi soldi e un lavoro ridicolo, eppure nel giro di qualche settimana la città mi aveva già travolto con la sua disordinata generosità - era caotica, vitale, tremendamente cinica, dunque incapace di prendere sul serio anche la propria cattiveria. Se avevi un minimo di ambizione te la smontavano, se ti azzardavi a confessare che volevi fare strada nella vita, o addirittura sfondare, ti davano una pacca sulla spalla e cominciavano a deriderti. Dove credevi di essere? Roma esisteva da 2700 anni, ne aveva viste di tutti i colori, conteneva l'irripetibile concentrato di paralisi e artificio retorico della politica italiana, e in più ospitava l'epicentro della disillusione teocratica mondiale. Da queste parti la gente non era così ingenua da pensare che l'autoaffermazione, o peggio ancora la gloria, valessero qualcosa di per sé. A Roma conoscevi persone di tutti i tipi, ti mescolavi con altri corpi, se andava bene mettevi in tasca un po' di soldi, morivi, e il ponentino spazzava via anche le ceneri del tuo ricordo.”
― La città dei vivi
― La città dei vivi
“¿Cuánto necesitamos reflexionar sobre lo que sabemos que no sabemos de las personas a las que amamos? Y, aunque fuera posible saberlo todo sobre ellos, ¿sería objetivo?”
― La ciudad de los vivos
― La ciudad de los vivos
“Distruggere il più debole. Oppure indebolire il più forte per poi distruggerlo. L'aggressione come garanzia per la sopravvivenza. Colpire per sottrarsi alla paura di essere colpiti. Sentirsi impotenti, ridurre l'altro all'impotenza. Sentirsi in pericolo, portare l'altro in pericolo. Sentirsi nulla, ridurre l'altro al nulla.”
― La città dei vivi
― La città dei vivi
“Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso.”
― La città dei vivi
― La città dei vivi
“L'impatto con il dolore riconsegna la maggior parte di noi a una sorta di innocenza originaria. A un certo punto non abbiamo più difese, né risorse, non c'è assolutamente nulla che possiamo fare per evitare il peggio, e così, insieme con le difese, crollano i privilegi, le strategie, l'appartenenza di classe, la retorica, lasciando intravedere la fragile nudità di specie che ci accomuna tutti.”
― La città dei vivi
― La città dei vivi
“L’omicidio getta su vittima e carnefice la sua luce, ed è sempre una luce
parziale, una luce perversa, l’omicidio è il male e il male è il narratore della
storia. L’omicidio getta luce su se stesso per lasciare in ombra il resto,
affinché vittima e carnefice si confondano nell’eccezionalità dell’accaduto.
Facendoci vedere i carnefici come dei mostri ci impedisce di avvicinarli sul
piano emotivo; riducendo la vittima alla straordinarietà della sua sorte la
allontana dalla nostra empatia.
[...]
Bisognerebbe amare la vittima senza bisogno di sapere nulla di lei. Bisognerebbe sapere molto del carnefice per capire che la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo.”
― La città dei vivi
parziale, una luce perversa, l’omicidio è il male e il male è il narratore della
storia. L’omicidio getta luce su se stesso per lasciare in ombra il resto,
affinché vittima e carnefice si confondano nell’eccezionalità dell’accaduto.
Facendoci vedere i carnefici come dei mostri ci impedisce di avvicinarli sul
piano emotivo; riducendo la vittima alla straordinarietà della sua sorte la
allontana dalla nostra empatia.
[...]
Bisognerebbe amare la vittima senza bisogno di sapere nulla di lei. Bisognerebbe sapere molto del carnefice per capire che la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo.”
― La città dei vivi
“«A questo punto mi pare evidente che il problema siamo noi, – fece uno degli scrittori, – intendo noi romani, la classe dirigente è lo specchio del nostro marciume, tutto è marcio, anche i turisti. Immaginate Roma libera dalla nostra presenza». «Sai che palle», disse la psicologa. «Immaginate questa città deserta, – continuò lo scrittore, – fatta soltanto di fontane, di porticati, di giardini, di basiliche, fatta di statue al centro delle piazze ma anche di lampioni, di ospedali, di tralicci, di radioline lasciate sui balconi. Bandite le persone, sarebbero le cose a dialogare finalmente tra di loro. In nessun luogo come a Roma, questo dialogo sarebbe più musicale, più ispirato, più fecondo, più denso di significato».
«Ma che cazzo stai a di’?», rise di gusto l’architetto.”
― La città dei vivi
«Ma che cazzo stai a di’?», rise di gusto l’architetto.”
― La città dei vivi
